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Lungo la Via della seta


Lungo la via della seta


Dopo il viaggio in Mongolia sentivamo il desiderio di partire per nuove mete, ma dove? Africa, Sudamerica? La scelta cade di nuovo sull’Asia, ne abbiamo nostalgia. Quest’anno siamo solo in 3: Serjei, Massimo ed io. Partiamo il 7 agosto in sella alle nostre moto, due Yamaha Tenerè e una XT 550.

VENERDI’ 7 AGOSTO
Viaggiamo senza storia attraverso la ex Jugoslavia, Bulgaria e Turchia. Abbiamo programmato 5 giorni per arrivare in Iran e invece la sera di lunedì 10 siamo a un centinaio di chilometri dal confine. Ci fermiamo sotto una leggera pioggerella per chiedere un’informazione quando sento uno strano rumore provenire dalla moto di Serjei. Sembrerebbe…No, non è possibile, un cuscinetto di banco? Siamo stanchi e infreddoliti e, trovata una locanda, andiamo a mangiare una zuppa tipica Kurda.
Usciamo dopo aver cenato e riascolto il rumore: sembra proprio un cuscinetto. Nella locanda c’è una stanza libera e ne approfittiamo: domani valuteremo la situazione.

MARTEDI’ 11
Bevuto il nostro thè curdo torniamo ad ascoltare il rumore: è proprio un cuscinetto dell’albero motore. C’è una stazione di servizio e il proprietario ci permette di stare sotto una sgangherata tettoia in lamiera. Smontiamo il motore dalla moto e lo apriamo, disponendo tutti i pezzi su un vecchio congelatore che funge da tavolo di lavoro. Un arzillo signore ci osserva interessato e quando abbiamo l’albero motore in mano ci fa segno di andare con lui. Saliamo in auto e ci porta in un negozietto di ricambi agricoli dove, gran colpo di culo, troviamo i due cuscinetti che ci servono.
Per smontare uno dei due abbiamo bisogno della fiamma ossidrica, e il simpatico personaggio ci accompagna da un fabbro. Qui, dopo due ore di martellate e imprecazioni, i cuscinetti vengono sostituiti. Alle cinque la moto è accesa, sembra funzionare bene e alle sei siamo pronti a ripartire per Dogubayaz, cittadina di confine. Vi arriviamo dopo due ore di viaggio al buio, schivando buche paurose e camion che quando ci incrociano immancabilmente ci abbagliano. La strada è in costruzione e per la maggior parte non asfaltata, così ci mangiamo anche una tonnellata di polvere.
Mangiamo un Kebab (spiedino) e dormiamo in un decadente hotel. Domani si entra in Iran, c’è un po’ di emozione che però non ci impedisce di addormentarci quasi subito.

MERCOLEDI’ 12
Sostituisco il paraolio del pignone della xt di Serjei che ha deciso di mettersi a perdere copiosamente olio e partiamo: percorriamo i trenta km che ci separano dal confine e arriviamo alla sbarra. In venti minuti sbrighiamo le formalità dalla parte turca e usciamo dal cancello che divide la terra di nessuno, entrando nella zona iraniana.
I funzionari iraniani sono gentilissimi e disponibili: nel giro di un’ora, e dopo avere assistito a una scazzottata tra un viaggiatore e un funzionario, ci apprestiamo a lasciare l’ultima sbarra. Ci sono parecchie auto incolonnate che attendono di entrare in dogana, e da una di queste ad un tratto parte un’esplosione: saltano tutti i cristalli dell’auto e si spalanca il baule,da dove fuoriesce una nube bianca: è saltata la bombola del gpl, fortunatamente senza esplodere. C’è un fuggi fuggi generale, e nella confusione alcuni personaggi ne approfittano per entrare in dogana passando sotto la sbarra. Vengono però subito riacciuffati dai poliziotti e rimandati indietro.
Noi abbiamo finito e possiamo transitare: siamo in Iran!
Come sempre appena entrati in un Paese che non conosciamo guidiamo prudentemente, valutando il comportamento dei locali e la loro guida. Dappertutto si sbracciano per salutarci, automobilisti ci affiancano e tentano di intavolare una conversazione in un inglese approssimativo (auariù?).
Quando troviamo un distributore di carburante restiamo sbalorditi: c’è una coda di 3-400 metri, con le auto affiancate a 3 a 3. Scopriamo subito che si tratta di un distributore di GPL, qui fanno ore di fila per fare rifornimento. Troviamo finalmente dove fare benzina e restiamo piacevolmente stupiti: costa circa 20 centesimi al litro. Però ci chiedono la carta personale, che noi naturalmente non abbiamo. Allora il benzinaio ci presta la sua raddoppiando o triplicando il prezzo del carburante. Scopriremo poi che basta domandare la card a qualcuno che deve fare rifornimento come noi, senza farsi rapinare dal gestore.
Abbandoniamo la strada principale per prendere una “scorciatoia”, segnata in rosso sulla carta. Si rivelerà invece una pista nel deserto, dove c’infiliamo per un centinaio di chilometri. Nel tardo pomeriggio arriviamo a Tabriz, dove siamo stati obbligati a prenotare una notte in albergo al momento della richiesta del visto. Abbiamo subito un primo impatto con il traffico urbano: un caotico ammasso di auto, moto, camion che vanno come indemoniati. Le moto sono tutte piccole di cilindrata (in Iran è ammessa al massimo 150 cc), e passano dappertutto. Qui si sorpassa a destra, sinistra, zigzagando e se proprio il traffico è completamente bloccato (e succede spesso) si va sui marciapiedi. Con giubilo dei pedoni, che invece di stramaledirci ci applaudono e ci incoraggiano a impennare.
Dopo un’ora di girovagare alla ricerca del nostro hotel accettiamo l’aiuto di due tizi che si offrono di accompagnarci in auto. Si perdono anche loro, e solo dopo parecchie richieste di informazioni ai passanti riescono a condurci al nostro albergo.

GIOVEDI’ 13
Partiamo presto e ci tuffiamo nel caotico traffico di Tabriz. Uscire dalla città è più facile che non entrarci e in capo a mezz’ora siamo in campagna. In Iran non esistono i ponti e svincoli autostradali, e lungo le tangenziali trafficatissime ci sono due alternative: se la vostra uscita è a destra nessun problema, se è a sinistra bisogna proseguire sino a che si arriva a un varco nel New Jersei dove si può fare inversione di marcia e tornare indietro. Naturalmente cercando di non farsi investire dalle auto che arrivano sull’altra corsia…
Siamo fermi a controllare la carta stradale quando arriva un pullman: l’autista frena e scende, ci da le informazioni necessarie e se ne riparte con il suo ingombrante mezzo. Deviamo su una strada secondaria e arriviamo a Kandovan, un piccolo villaggio molto visitato dagli iraniani. E’ una sorta di Cappadocia iraniana, e anche qui il vento e l’acqua hanno eroso la roccia creando i caratteristici “camini delle fate”. Le case sono scavate nella pietra e s’inerpicano sul fianco della montagna, collegate tra loro da ripide scalinate. Le moto le abbiamo parcheggiate in un angolo nascosto, e andiamo controllarle. Un gruppo di bambini sta curiosando nei pressi e al nostro avvicinarsi fugge. Controlliamo i bagagli e Massimo nota che una borsa è stata aperta: i bambini, probabilmente spinti dalla curiosità, hanno preso una bussola ma l’hanno lasciata sulla sella. Massimo li richiama, mette una banconota sul manubrio e a gesti spiega: noi andiamo a fare un giro, voi fate la guardia e quando torniamo la banconota è vostra.
Pare che ci siamo intesi e andiamo di nuovo a zonzo per questo simpatico paesello. In una bancarella compriamo un po’ di zafferano e un sacchetto di mandorle sgusciate e salate. Quando arriviamo in una piazzetta notiamo diversi baldacchini all’esterno di un locale, e un gruppo di donne accovacciate sta fumando da un narghilè. In Iran la gente si porta il cibo da casa, e quando vuole mangiare si siede o si sdraia su questi baldacchini: misurano 4 metri per 4, e solitamente hanno come fondo delle trapunte o stuoie. Vengono affittati dai gestori dei bar o ristoranti, al pari dei nostri tavolini. Gli avventori consumano solo le bevande oppure affittano il narghilè, mentre mangiano le proprie cibarie.
La maggior parte delle donne indossa un lungo vestito nero con un mantello, identico a quello che da noi portano le suore. Quelle più emancipate (solitamente vengono dalla capitale) hanno una lunga giacca con pantaloni, e l’immancabile foulard. Qualsiasi donna deve avere la testa coperta lasciando libero il viso, e anche le turiste quando entrano in Iran devono mettersi il foulard.
Tutti gli avventori ci guardano con curiosità e simpatia, ci salutano, ci offrono da mangiare e bere. Il gruppo di donne ci offre una torta e noi ricambiamo con le mandorle. Esaurita la visita al villaggio torniamo alle moto: i bambini non ci sono più e la banconota è ancora dove l’avevamo messa.
Diamo al parcheggiatore i pochi Rial che ci chiede e partiamo. Abbandoniamo subito l’idea di inventarci la strada come inizialmente volevamo fare: siamo circondati da montagne ed è impensabile valicarle fuoripista. Torniamo sui nostri passi per una trentina di chilometri sino ad immetterci nuovamente sulla strada statale poi riprendiamo il viaggio fino a Bonab. Qui, avendo notato una strada secondaria che va a Est, esattamente nella nostra direzione, non ce la lasciamo scappare. E’ una strada piccola e non c’è nessuno. Procediamo nel pomeriggio tra immensi campi di paglia bruciati dal sole, sino a che arriviamo a Maraghen. Qui la strada diventa sterrata, perdendosi tra mille deviazioni. Ci affidiamo al GPS, che riporta anche queste stradine di campagna, e viaggiamo fino quasi al tramonto su e giù per colline coltivate a grano ormai raccolto. Sono distese sterminate, desertiche, dove incontriamo solo pastori con le loro greggi e i loro stramaledetti cani.
Questi talvolta ci aspettano seminascosti, per balzare quando siamo a tiro e inseguirci per centinaia di metri. Altre volte li incontro lanciati al galoppo in senso contrario alla mia direzione, e spero sempre che all’ultimo momento siano in grado di evitarmi. Sono bestie anche di grossa taglia, e mi sono sempre chiesto: se dovessi cadere e finire tra le loro sgrinfie che farebbero? Si limiterebbero ad abbaiare paghi del risultato ottenuto (abbattimento del nemico) o andrebbero oltre (assaggio di carne italiana)? Fortunatamente riusciamo sempre a evitare il contatto, e a dire il vero ci divertiamo anche durante quegli inseguimenti… Verso sera giungiamo ad un villaggio dove facciamo benzina e compriamo pane e acqua. Il negoziante ci invita a cena ma decliniamo: vogliamo accamparci finchè c’è chiaro e cucinare i nostri spaghetti. C’infiliamo in fuoripista aggirando una collinetta poi, trovato il posto ideale, piantiamo le tende e trascorriamo la notte. E una serata calda e limpida e ci sono miliardi di stelle: evito di montare il doppio telo in modo da gustarmi lo spettacolo delle stelle cadenti, abbondanti in questo periodo.

VENERDI’ 14
Il mattino dopo facciamo colazione in compagnia di un pastore e il suo gregge e riprendiamo la marcia. Girovaghiamo per strade sterrate ancora per un qualche ora fino a che arriviamo in un paese. Sono le 14 e la fame si fa sentire, andiamo alla ricerca di un ristorante. Ne troviamo un paio ma sono chiusi, stiamo valutando il da farsi quando arrivano due ragazzi in auto che ci accompagnano nell’unico ristorante aperto della cittadina. Parcheggiamo le moto in vista ed entriamo: come al solito destiamo grande interesse tra la gente e un gruppo di persone che stanno mangiando ci consigliano il piatto del giorno: a sentir loro “ottimo ma molto costoso.” Ordiniamo quello, carne di manzo con riso e cipolle. Il gestore ci accompagna poi in cucina e ci rendiamo conto che la pulizia regna sovrana. Quando arrivano i nostri piatti il tipo accanto a noi, evidentemente un operaio a giudicare dai vestiti, a gesti ci fa capire che vuole pagare il nostro conto. Assolutamente no, non se ne parla nemmeno. Finito di mangiare ci presentiamo alla cassa ma è destino che non riusciamo a pagare: il pranzo ci viene offerto dal proprietario del ristorante.
Riprendiamo la strada, ora asfaltata, in direzione Khalkhal: attraversiamo zone aride e bruciate dal sole a cui se ne contrappongono altre verdissime e ricche di vegetazione. Sono le oasi, dove l’acqua che sgorga viene incanalata in piccoli rii e portata in ogni angolo, senza sprecarne neppure una goccia. La nostra meta è Masuleh, un piccolo villaggio al di là di una catena di montagne. Siamo fermi ad un bivio per controllare la cartina quando si ferma un’auto lussuosa con le insegne ambasciatoriali: il diplomatico scende e ci dà le indicazioni, ci augura buon proseguimento e riparte. Proseguiamo sempre su asfalto. La strada continua a inerpicarsi tra gole e piccoli villaggi, la gente ci saluta mentre passiamo e tanti bambini rimangono fermi con un’espressione di stupore e una “O” dipinta sulla bocca. Probabilmente non hanno mai visto una moto...
Ci fermiamo in un piccolo paese per acquistare pane e acqua ma la notizia si sparge e in capo a dieci minuti tutta la popolazione in grado di camminare è attorno a noi. Il negozietto ha esaurito il pane, allora un ragazzo monta sul suo motorino e dopo dieci minuti torna, con un sacchetto di pane e un altro di cetrioli. Naturalmente il tutto senza accettare un Rial.
A fatica riusciamo a ripartire e viaggiamo fino al tramonto. Tra pochissimo sarà buio, dobbiamo cercare un posto dove accamparci riparato da questo fastidiosissimo vento e che sia allo stesso tempo accessibile: lo sguardo corre in basso, al di là di un torrente quasi in secca c’è un campetto ben tenuto. Dietro front, scendiamo sul fianco della montagna e c’infiliamo nel letto del torrente, arrivando all’ingresso del campo che è chiuso da fascine di legna. Le spostiamo, entriamo e le rimettiamo a posto. E’ veramente un bel posto, piantiamo le tende e prepariamo l’acqua per la pasta. Speriamo che il proprietario non s’incazzi...

SABATO 15
Un’altra notte limpida trascorre, allietata da qualche ululato in lontananza. Verso mattina presto sento una voce che sta certamente imprecando: è arrivato il padrone! Esco dalla tenda velocemente e gli vado incontro porgendogli la mano. E’ un ometto sulla settantina, magro e vispo. Non ha gradito la nostra intrusione e lo capisco: al suo posto avrei già infilato una cartuccia in canna…Fortunatamente non è armato e si rabbonisce subito: gli spiego che siamo italiani in viaggio in motocicletta e la cosa lo entusiasma. Mica gli capita tutti i giorni una visita così!
Gli offro un pacchetto di sigarette ma lo rifiuta, anzi mi fa capire che è meglio se non fumo neanch’io, il fumo fa male. Gli spiego che io non fumo, le sigarette le tengo solo per regalarle. Orgogliosamente mi fa capire che lì è tutto suo, possiede un asino e tre vacche e trascorre lì le sue giornate. Vuole a tutti i costi darci la sua acqua, che ha portato con sé in canistri. La usiamo per lavare le stoviglie, poi riusciamo a fargli accettare una pagnotta e dei cetrioli in regalo. Quando scattiamo alcune foto si mette in posa sull’attenti accanto a noi, poi torna a rilassarsi accanto al suo asino. Quando lo salutiamo ci informa che a Masuleh sta piovendo da tre giorni.
Riprendiamo la strada, che dopo poco diventa sterrata. In lontananza si intravede la catena di monti che dobbiamo superare, ricoperta da uno spesso strato di nubi che scende dal nostro versante. La pista risale le montagne tra una gola e l’altra, incontriamo solo qualche pastore e alcuni asini. Poco prima di giungere alla sommità entriamo in nube, e inizia a piovigginare. Il nostro amico aveva ragione, di là piove! Ad un tratto noto due figure bianche che mi corrono incontro nella nebbia in direzione opposta: sono due grossi cani, che all’ultimo istante si spostano lateralmente. Aumento l’andatura, metti che decidano di inseguirmi…Entro in un tratto argilloso e la ruota dietro parte: la moto si gira di 180 gradi e scivola in discesa per una decina di metri. Mi rialzo subito e guardo se arrivano i due cani invece nulla: staranno inseguendo i miei due compagni. Questi arrivano un minuto dopo, insieme rialziamo la moto e io riparto allegramente. Percorro un centinaio di metri e stavolta è la ruota davanti ad andarsene, facendomi cadere sul ciglio della strada. Rialziamo la moto con difficoltà in quanto si fatica a restare in piedi da tanto il fondo è viscido, faccio proponimento di guidare con più prudenza e via di nuovo.
Discendiamo per lo sterrato dalla montagna per una cinquantina di chilometri, sempre sotto la pioggia, finchè arriviamo a Masuleh. Cercando di parcheggiare arriviamo davanti alla stazione di polizia: un militare ci invita a lasciare lì le moto, noi parcheggiamo e quello ci apre il cancello e ci fa cenno di entrare. Ci fanno accomodare in una saletta dove altre 5 o 6 persone stazionano. Noi abbiamo la precedenza, dopo un controllo dei passaporti ci augurano buona permanenza e ci lasciano andare.
Masuleh è un simpatico paese, meta di molti turisti iraniani. E’ costruito sul fianco della montagna, di conseguenza è fatto a “gradoni”. In pratica il tetto delle case più basse, piatto, serve come camminamento per il gradone successivo e così via. Dappertutto vi sono bancarelle che vendono sopratutto dolci di tutti i tipi: vi sono vaschette piene di marmellate di more, lamponi, mirtilli ecc.
Oppure un dolce fatto con il sesamo, impastato con il miele fino ad ottenere una grossa pagnotta che viene tagliata a fette filanti e dolcissime. E ancora more di gelso essiccate, albicocche, pesche ecc. Ci guardano tutti con attenzione, i ragazzini cercano di abbordarci parlando inglese e anche qualche adulto si fa sotto, salutandoci e chiedendoci da dove veniamo.
Ci fermiamo tre ore e, dopo avere pranzato in un ristorantino all’aperto, torniamo alle moto. Stiamo per partire quando il cancello della stazione di polizia si apre ed escono i tizi che erano dentro. Li hanno mollati solo adesso! Ho la leva del freno piegata a causa del ruzzolone sulla montagna, e decidiamo di fermarci non appena troveremo un posto adatto per ripararla. Ad un tratto noto una piazzola e freno abbastanza bruscamente: Serjei che è dietro mi urta sfiancandomi lateralmente e cade rovinosamente sull’asfalto picchiando il casco e grattugiando la visiera, Rialziamo la moto e controlliamo i danni a Serjei: ha un ginocchio macinato, la protezione era in spugna e non ha protetto nulla.
Mentre Massimo disinfetta e pulisce la ferita io cerco i fermi della visiera sull’asfalto, poi sistemiamo le borse e il bauletto che si è strappato dalla sua sede e appena Serjei è pronto ripartiamo. Viaggiamo alcune ore attraversando un paio di città: è una bolgia infernale, si formano ingorghi paurosi che ci rallentano notevolmente. Tutti i veicoli vogliono passare andando a chiudere i varchi che solitamente noi in moto sfruttiamo. Se tra due auto c’è un passaggio largo un metro subito c’è un automobilista che arriva con la sua scatoletta e ce lo tappa, e noi siamo obbligati a salire sui marciapiedi tra i pedoni.
Verso il tramonto arriviamo sul Mar Caspio e cerchiamo subito una camera. E’ una zona turistica e tutti gli alberghi sono occupati. Sui marciapiedi tanti iraniani hanno piantato la tenda e si fanno le ferie lì, con famiglia al seguito. Oppure nei parcheggi, con la tenda piazzata tra una macchina e l’altra. Finalmente troviamo un albergo libero e ci fiondiamo in camera, dove prepariamo una spaghettata. E’ stata una giornata abbastanza dura: Serjei ha il ginocchio assassinato, io sono infangato per le due cadute e ho la moto da sistemare. Dopo mangiato laviamo anche i vestiti e poi a nanna.

DOMENICA 16
Dopo una rapida manutenzione alle moto partiamo di buon’ora: per sera dobbiamo essere nei pressi del confine Turkmeno. Costeggiamo la zona sud del mar Caspio, attraversando mille caotiche città che ci fanno perdere un sacco di tempo. Il buio ci sorprende presto ma dobbiamo proseguire ancora per un bel pezzo. Viaggiare al buio è una tortura: gli iraniani, come tutti i loro colleghi nordafricani, hanno l’abitudine di guidare usando solo le luci di posizione, e quando incrociano un altro veicolo lo abbagliano. A questo si aggiunga che, essendo noi degli extraterrestri per loro, ci tampinano con le loro auto tenendo le luci abbagliante accesi per guardarci meglio. Tanti ci affiancano fotografandoci con il telefonino… Siamo a corto di benzina e ci fermiamo in una stazione di servizio dove pare ci sia una festa. Arriviamo davanti alla colonnina e…sorpresa! Ci sono quattro Vespe targate Padova parcheggiate.
Entriamo nel ristorante e facciamo la conoscenza dei proprietari, sono quattro ragazzi e una ragazza tutti padovani. Vogliono arrivare in Mongolia e staranno via tre mesi. Stanno aspettando la benzina perché il distributore è rimasto a secco. Mangiamo qualcosa anche noi poi ci salutiamo, abbiamo ancora un centinaio di chilometri da fare. Proseguiamo il viaggio sino a quando arriviamo a Ashkhaneh, dove troviamo una locanda. Più tardi arriveranno anche i ragazzi in Vespa, che come noi sosteranno per la notte. Nel parcheggio adiacente vi sono piantate numerose tende, e intere famiglie bivaccano sull’asfalto. Mi domando cosa facciano qui: non è una zona turistica, non c’è il mare, che siano sfollati per qualche ignoto motivo? Qui nessuno parla inglese e ci teniamo le nostre perplessità.

LUNEDI’ 17
Salutiamo i nostri amici vespisti e partiamo alla svelta. Il tempo è brutto e inizia a piovigginare: ma l’Iran non doveva essere il Paese del gran caldo? Fino ad ora il clima è sempre stato fresco e umido, come in Turchia. Gli ultimi 80 chilometri prima della frontiera Turkmena li percorriamo in un ambiente desertico e montagnoso. Non incontriamo un cane, credo siano poche le persone che attraversano questo valico.
Giunti in frontiera espletiamo rapidamente le formalità dalla parte iraniana, poi entriamo in quella turkmena. L’ambiente cambia improvvisamente: non più baracche decadenti ma una struttura in cemento armato rivestita di marmo bianco, con ampie vetrate scure. Le fisionomie dei militari di guardia sono completamente diverse: dalle carnagioni scure e barbute iraniane siamo passati a razze tipiche russe, con pelle bianca e capelli biondi. I giovani soldati sono snelli ed elegantissimi: indossano una divisa kaki con un cappello in stile Ranger americano. Ma la novità più piacevole è rappresentata dalle donne: qui le impiegate portano con eleganza un lungo vestito aderente che ne risalta le forme, a differenza degli scafandri che le donne iraniane sono costrette ad indossare. Quando camminano nei lunghi corridoi lasciando una sottile scia profumata, tanti occhi le seguono incantati.
La burocrazia per le pratiche d’ingresso in Turkmenistan è, se possibile, peggiore di quella iraniana. Al momento di richiedere il visto mesi prima abbiamo avuto due possibilità: il visto di transito o quello turistico. Il visto di transito consente di muoversi autonomamente nel Paese mentre quello turistico prevede una guida che accompagnerà i viaggiatori da quando entrano a quando se ne vanno. Purtroppo la probabilità che il visto di transito sia negato è alta; talvolta non viene concesso a uno solo dei componenti di un gruppo, vanificando il risultato ottenuto da tutti gli altri. Noi abbiamo preferito andare sul sicuro e abbiamo richiesto l’invito governativo per il visto turistico. Da qui l’obbligo di ingaggiare una guida, che difatti ci raggiunge mentre siamo in dogana. E’ un personaggio smilzo con due occhi vispi, parla correttamente inglese e si attiva subito per completare le pratiche doganali.
Trascorriamo un’ora passando almeno da dieci uffici diversi, spiegando i motivi del viaggio e segnando il nostro itinerario sulla mappa, ma alla fine siamo fuori. La nostra guida ha una fuoristrada 4x4 e si avvia verso Ashgabat, mentre noi lo seguiamo.
La strada è ampia e il traffico inesistente: superiamo due posti di controllo, facciamo benzina (10 centesimi al litro) e dopo quaranta chilometri giungiamo alle porte di Ashgabat. L’aspetto è da mille e una notte: le strade sono immensi viali a quattro corsie costellati da centinaia di fontane. Dappertutto vi sono gigantesche fotografie dell’attuale presidente Berdymukhamedov oppure enormi video che riproducono scene che hanno lui come protagonista.
Arriviamo all’Arco della Neutralità dove troneggia una gigantesca statua del precedente presidente Niyazov: è alta dodici metri e rivestita d’oro, ed è fissata su un piedistallo mobile che ruota seguendo il tragitto del sole. Percorriamo chilometri e chilometri di strada, dove ai lati sono stati costruiti lussuosi palazzi rivestiti di marmo italiano bianco. Interi quartieri sono stati demoliti per fare posto a questi enormi palazzi, ricostruzione che continua tutt’ora come testimoniano le decine e decine e decine di gru all’opera.
L’asfalto è lucido e scivoloso, curvando dopo un semaforo entriamo in un tratto bagnato dall’acqua di irrigazione delle aiuole. Sembra di andare sul sapone, e Massimo scivola cadendo in mezzo all’incrocio senza conseguenze. Giunti all’hotel prendiamo possesso della camera che abbiamo dovuto prenotare al momento della richiesta dei visti, e dopo esserci rinfrescati andiamo in giro per la città accompagnati dalla nostra guida. Chiediamo di andare subito al bazar, ammirando lo spettacolo di una folla eterogenea di persone di ogni ceto sociale che discutono, curiosano, contrattano, comprano in mezzo a bancarelle che espongono merci di ogni tipo e varietà.
Verso sera ci facciamo indicare un ristorante dove si mangi decentemente e ci fondiamo. E’ all’aperto e pieno di gente, sembrerebbe che qui si possa fare bisboccia per tutta la notte. Senonchè alle 22,30 la cameriera ci porta il conto invitandoci ad andarcene poiché per le 23 dobbiamo essere rientrati: in questa città vige il coprifuoco e la polizia non è tenera con chi è in giro a piedi dopo quest’ora.

MARTEDI’ 18
Il giorno dopo ci facciamo portare in auto ad un immenso lago sotterraneo termale: in moto non ci è consentito perché questa deviazione non è stata inserita al momento dell’ingresso in Turkmenistan. E’ una sofferenza non potervi andare in moto, ma al tempo stesso è estremamente interessante ascoltare ciò che la nostra guida, durante il viaggio, ci racconta su questo Paese. Qui il tenore di vita è elevato: i cittadini non pagano acqua, luce e gas. Inoltre hanno a disposizione 120 litri di benzina gratuitamente ogni mese. E quando una coppia decide di mettere su famiglia l’appartamento viene loro dato dal governo. Unico piccolo neo il clima: si passa dai –25 gradi invernali ai + 50 estivi…Noi siamo fortunati, quest’anno siamo solo a + 40.
Arrivati alla grotta che porta al lago scendiamo da una ripida scala: cominciamo a boccheggiare man mano avanziamo, e la temperatura si alza sensibilmente. Entriamo in acqua pensando di trovare un po’ di refrigerio ma… l’acqua quasi scotta, è a 39 gradi costanti tutto l’anno. Dopo mezz’ora risaliamo in superficie a prendere aria: restiamo un po’ ad ammirare la gente che si accalca all’ingresso della grotta poi torniamo ad Ashgabat.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo a visitare la moschea più grande dell’Asia centrale: sorge esattamente dove, nel 1948, la madre e i due fratelli dell’ex presidente Niyazov persero la vita a causa di un disastroso terremoto. Nel pomeriggio visitiamo la “Scala della Salute”, due scalinate di cemento larghe quattro metri che si inerpicano una per 37 chilometri e l’altra per 8 lungo il fianco della montagna. Una volta all’anno il presidente e tutti i suoi ministri (che sono solo una ventina in tutto), assieme ad un corteo di altri funzionari civili ed i loro familiari affrontano la salita che porta in vetta.
Noto che vi sono due poliziotti che stanno fumando: ma come, in Turkmenistan non è vietato fumare al di fuori della proprietà privata? Risposta: si, ma sono poliziotti...
La sera andiamo a cena in autostop. Basta mettersi sul ciglio della strada e fare un gesto alle auto di passaggio: qualcuno si ferma sempre quasi subito e, dietro pagamento di una piccola cifra, ti porta dove ti serve. E’ un sistema molto comune nei paesi sovietici, e specialmente qui in Turkmenistan dove la criminalità è quasi inesistente, è usato da tutti.

MERCOLEDI’ 19
Ci siamo portati i copertoni posteriori da casa ed è ora di sostituirli: comincio con la moto di Serjei, oggi andremo nel deserto del Karakum e serviranno in ordine.
Lasciamo Ashgabat, direzione Nord. Ci inoltriamo nel deserto seguendo la strada asfaltata, che poi abbandoniamo per infilarci lungo una pista che porta al cratere di Darwaza. E’ un tratto sabbioso con i solchi lasciati dai camion che vanno ai pozzi petroliferi, e fatichiamo a restare in piedi. Quando arriviamo al cratere lo spettacolo ci ripaga della fatica: si tratta di un pozzo di gas naturale sfruttato dai sovietici fino a che c’era gas e poi abbandonato. E’ largo 55 metri e profondo 50, e brucia da decenni.
Ci accampiamo qui, spaghettata poi sostituisco anche il mio pneumatico. Quando cala la notte restiamo incantati ad ammirare quest’anticamera dell’inferno. Nel frattempo arrivano parecchie 4x4 con turisti vari che si accampano dietro le dune, e fino a mezzanotte è un via vai di gente che passa dal nostro accampamento per andare ad ammirare e fotografare il pozzo di metano che brucia.

GIOVEDI’ 20
L’indomani torniamo sulla strada asfaltata e proseguiamo a Nord per qualche centinaio di chilometri sino a che arriviamo alla frontiera con l’Uzbekistan. Qui la nostra guida ci aiuta ad espletare le formalità doganali turkmene poi ci salutiamo: adesso torneremo ad arrangiarci come sempre.
Un’ora dopo siamo fuori dalla frontiera e puntiamo subito su Kiwa. Le strade sono tornate quelle tipiche di questi paesi: male asfaltate e piuttosto strette, o sarà perché ci siamo abituati alle megastrade turamene? Verso il tramonto arriviamo a Kiwa, antica città sulla via della seta. Affittiamo una camera dignitosa e, dopo esserci rinfrescati, andiamo alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.

VENERDI’ 21
Dedichiamo la mattina alla visita della città vecchia: è rimasta immutata da secoli, dietro ogni angolo ci si aspetta sempre di trovare qualche carovana appena arrivata dal deserto. Acquistiamo scialli e foulard di seta e nel pomeriggio ci rimettiamo in marcia, direzione Bukkara. La strada corre nel deserto per centinaia di chilometri, e le dune talvolta la invadono per lunghi tratti restringendola. Ci fermiamo a metà pomeriggio per mangiare quello che è il nostro pranzo ormai da parecchi giorni, anguria e melone, e incontriamo un ciclista. E’ americano ed è in viaggio da sei mesi, e appare abbastanza provato. Ci scambiamo un po’ di impressioni di viaggio reciproche poi lo salutiamo, abbiamo ancora parecchia strada da fare.
Solitamente evitiamo di viaggiare con il buio: tra le buche, gli animali liberi per strada, le auto senza fanali e carretti vari il rischio è forte. Purtroppo il sole tramonta e dobbiamo fare ancora un bel pezzo di strada. Con il buio la nostra velocità cala drasticamente mentre l’affaticamento della guida aumenta. Ad un certo punto ci sorpassa un’auto che fila spedita e non ce la lasciamo scappare. La talloniamo per decine di chilometri, il guidatore capisce e sta al gioco. Addirittura quando entriamo in Bukkara e ci fermiamo per chiedere informazioni si ferma e ci aspetta, non vuole abbandonarci. Lo ringraziamo ma ormai siamo arrivati, cerchiamo una camera e la giornata si conclude qui.

SABATO 22
Bukkara è una città un po’ più viva di Kiwa, e anche qui passiamo la mattina a passeggiare per il centro storico acquistando altra seta. Nel primo pomeriggio ripartiamo in direzione Samarkanda, dove giungiamo qualche ora dopo. Entrando in città inavvertitamente passiamo un incrocio con il semaforo rosso: naturalmente ci sono due poliziotti appostati che ci fermano subito, e che gli vado a dire? Secondo le consuetudini russe mi aspetto la solita richiesta di mancia, invece ad un certo punto uno dei due ci restituisce le nostre patenti augurandoci buon viaggio. Incredibile!
Visitiamo il Rajastan e la moschea blu, dove un esercito di ragazzini sta risistemando in un prato le zolle che erano state asportate durante alcuni lavori, poi saltiamo in sella nuovamente. Vogliamo entrare in Tajikistan prima di sera. Verso le sette siamo alla frontiera. Dopo un rapido controllo passaporti ci viene detto che i funzionari sono in pausa per la cena, così torniamo indietro due chilometri e ceniamo anche noi in una locanda.
Alle otto siamo di nuovo in attesa alla frontiera uzbeka, da dove usciamo quasi un’ora dopo. Durante il disbrigo delle pratiche salta la luce, e i funzionari devono compilare le loro scartoffie alla luce dei propri telefonini. Attraversiamo la terra di nessuno e arriviamo alla frontiera tajika. Qui è evidente il diverso tenore di vita con l’Uzbekistan: là c’era una costruzione in muratura, qui una baracca di legno funge da ufficio. Ci fanno entrare, un militare sta mangiando una zuppa e ci chiede se vogliamo favorire: no grazie, siamo a posto così...
Siamo trattati con familiarità e gentilezza, e dopo avere compilato i soliti moduli comuni a tutti gli ex stati URSS oltrepassiamo l’ultima sbarra. Ormai è buio pesto, con la cena siamo a posto e decidiamo di cercare una camera. Dopo una ventina di chilometri giungiamo in una cittadina: ce ne accorgiamo solo quando siamo in centro in quanto non c’è una luce per strada. A forza di chiedere in giro riusciamo a scovare uno squallido albergo in puro stile sovietico, cioè fatiscente e decadente. Ci portiamo anche le moto in camera, e non avendo la mia stanza alcuna serratura barrico la porta-finestra che dà sul balcone (a piano terra) con il televisore, e sulla maniglia della porta d’ingresso infilo un bicchiere che cadendo finirebbe sulla pentola che ho messo sotto.

DOMENICA 23
L’indomani ci rechiamo al bazar dove cambiamo un po’ dei nostri dollari in valuta locale, poi ci mettiamo in marcia direzione Dushambe.
Il paesaggio è cambiato: dalle pianure uzbeke siamo passati a una zona montagnosa. La strada è una buca unica, dobbiamo continuamente zigzagare per non demolire le moto. Ad un certo punto l’asfalto finisce ed inizia un tratto pietroso. Chiedo conferma a un gruppo di persone: e proprio questa la strada per Dushambe, la capitale? Avuta risposta affermativa ripartiamo, cercando di evitare i sassi più grossi.
La strada si arrampica sempre di più in uno scenario favoloso. Costeggia continuamente un immenso canyon sul cui fondo scorre un fiume impetuoso, e le sue acque sono di colore grigie-bianche. A tratti il fondovalle si allarga e allora il fiume si estende su diversi rami, sulle cui rive sorgono case e villaggi.
Come tutte le strade che portano a qualsiasi capitale sono trafficate: gli onnipresenti camion russi vanno e vengono, facendo un polverone dell’accidente. Quando si inizia a salire per arrivare al passo, l’ Auzob Pass a 3373 metri, cominciamo a incontrare anche 3-4 camion incolonnati che procedono quasi a passo d’uomo. Siccome il fondo stradale è composto da uno spesso strato di sabbia finissima, sembra quasi borotalco, e i tubi di scarico dei camion scaricano in basso, si forma una nube di polvere che rende difficile effettuare i sorpassi. Talvolta devo scegliere: passo a destra o a sinistra? Ci sarà la solita buca nel bel mezzo del sorpasso? Solitamente si tratta di pochi attimi, giusto il tempo per uscire dalla nube di polvere, ma sono attimi da cardiopalma.
Incontriamo un camion fermo in panne nel bel mezzo della salita: ha creato una coda di veicoli che non riescono a passare. Non noi, che c’infiliamo in mezzo e superiamo tutti. Arrivati in cima al passo inizia la discesa: la temperatura ricomincia a salire e quando arriviamo a Dushambe è oltre i 35 gradi.
Vorremmo andare alla scuola di Qurghonteppa, 100 chilometri più a sud, dove intendiamo portare un piccolo aiuto economico, ma essendo domenica è chiusa. Siamo in ritardo con i giorni di permanenza in Tajikistan e non possiamo aspettare fino a domani: decidiamo di proseguire per il Pamir, troveremo poi il modo di fare avere il nostro contributo alla scuola. Viaggiamo verso Est fino al tramonto poi, adocchiato un campo di paglia che fa al caso nostro, piantiamo le tende e prepariamo la nostra spaghettata.

LUNEDI’ 24
Appena alzato per prima cosa sostituisco il pneumatico posteriore della moto di Massimo, poi ci rimettiamo in viaggio. Il fondo stradale è distrutto: quando va bene è tutto sterrato e si tengono medie discrete, ma a tratti troviamo anche pezzi asfaltati che sono una tortura per i pneumatici e per noi: l’asfalto è rotto da profonde buche che, quando ci finiamo dentro, sconquassano noi e il carico.
Arriviamo a Kalaikum e da qui la strada costeggia per parecchie centinaia di chilometri il confine con l’Afganistan. Un fiume largo alcune decine di metri fa da confine, e possiamo vedere chiaramente come si svolge la vita nei villaggi afgani che incontriamo. Il Tajikistan non è certo un Paese all’avanguardia ma al confronto l’Afganistan è indietro di cento anni. Le misere case dei villaggi di confine sono costruite con terra e paglia, e l’unica attività che vediamo è la pastorizia. La strada prosegue in un continuo saliscendi tra un villaggio e l’altro, e in parecchi tratti incontriamo ampie zone minate dove tecnici europei stanno provvedendo a bonificare il terreno. Talvolta vi sono carcasse di carri armati sovietici, evidentemente saltati su qualche ordigno.
Verso il tramonto decidiamo di cercare un posto al coperto dove dormire. Pare che in queste valli quando viene buio i trafficanti di oppio e armi abbiano un gran da fare avanti e indietro dal confine, e preferiamo evitare qualsiasi incontro casuale.
Ci fermiamo in un villaggio ma veniamo letteralmente assaliti da un nugolo di ragazzini che vorrebbero andassimo a casa loro. Scappiamo e proseguiamo sino al paesello successivo dove ci fermiamo per fare il punto della situazione. Un tizio di mezza età ci sta ad osservare senza intervenire: quando con le mani giunte contro la guancia gli faccio il gesto di dormire balza in piedi e ci fa cenno di seguirlo. Correndo si infila per un viottolo e ci porta sino a casa sua, in mezzo ad un bosco. E’ un posto bellissimo, tra ruscelli e cascatelle sotto le piante. Tutta la famiglia ci accoglie; la mamma, la moglie e quattro figli. Ci chiede se vogliamo dormire in casa oppure all’aperto, su quei baldacchini che usano in tutta l’asia centrale. Fa caldo e la risposta è scontata: dormiamo fuori.
Ci prepara un fondo di stuoie e trapunte, stendiamo i nostri sacchi a pelo e prepariamo la cena. Gli domandiamo se vuole favorire ma ci spiega che è musulmano e siamo nel Ramadam, e fino a mezzanotte non potrebbe mangiare. Però da queste parti non sono poi così rigidi visto che ci ripensa, si arma di cucchiaio e mi aiuta a vuotare la pentola dal risotto che abbiamo preparato.

MARTEDI’ 25
Dormiamo magnificamente e la mattina il padrone di casa ci prepara thè, pane e miele. Arriva gente dalle case vicine per vederci: il nostro ospite ci regala un sacchetto di mele, e un altro di more di gelso e di albicocche essiccate. Un po’ a malincuore salutiamo tutti e ci rimettiamo in viaggio. Il nostro itinerario prevede di abbandonare la strada principale M41 per imboccare una pista secondaria che ci porterà all’interno del Paese. Ma all’ennesimo posto di controllo il poliziotto ci fa capire che non abbiamo il visto per questo percorso.
Per entrare in Tajikistan occorre, oltre al normale visto d’ingresso, anche un visto dettagliato se si vuole transitare per il Pamir. Sul visto devono essere riportate le principali località da dove si intende passare e che vengono segnate sul passaporto, scritte naturalmente in cirillico, con un ulteriore timbro. Anche conoscendo il cirillico non è facile controllarne l’esattezza in quanto i nomi delle località sono scritti in vari modi spesso discordanti tra loro. Il poliziotto ci pensa un attimo poi cambia idea: provate a passare, non dovreste avere problemi.
Confortati da queste parole deviamo dalla strada principale e ci inerpichiamo per una pista spacca copertoni che si addentra in una vallata. Procedo in testa come sempre e, dopo avere evitato un grosso cane che mi ha teso un agguato, arrivo in velocità su un dosso sotto il quale scorre un ruscello. All’ultimo istante scopro che c’è un’apertura in centro alla carreggiata: in pratica per superare il ruscello sono state messe due passerelle lunghe un metro e mezzo posizionate a misura per le ruote delle auto, e al centro niente. Per evitare di infilarmi nell’apertura, larga un metro, scarto di lato e centro il parapetto finendo a ruzzoloni. La moto resta sul dosso e io finisco di schiena nel ruscello.
Pare che ci sia una legione di Angeli Custodi che ci tiene d’occhio, e me la cavo senza un graffio. Arrivano Serjei e Massimo, raddrizziamo la moto e via di nuovo. Percorriamo una cinquantina di chilometri nel nulla quando arriviamo ad una sbarra: il poliziotto ci fa entrare nella guardiola, controlla i passaporti e sentenzia: non avete il permesso per passare di qua. L’atmosfera si fa tesa: Massimo vorrebbe prenderlo per il collo ma quello non desiste e anzi ride soddisfatto: dovete tornare indietro.
Altra ora di strada assassina, di nuovo il cane che mi aspetta nascosto, stavolta centro la passerella giusta e siamo al paese di prima dove cerchiamo la sede del KGB per vedere di sistemare il nostro visto: niente da fare, i cortesi funzionari ci dicono che si può sistemare solo nella città di Kharugh, qualche centinaio di chilometri più avanti. Non ci resta che proseguire sulla M41 per altre ore di strada fino a che a metà pomeriggio arriviamo a Kharugh. Ci fiondiamo alla sede di polizia e qui l’addetto allo sportello ci dice che il visto va bene così, non si può modificare. A questo punto ci sentiamo presi in giro: Massimo riferisce al poliziotto che torneremo indietro dal collega che ci ha impedito di proseguire e ZAC! si passa un dito sulla gola. Purtroppo tutto questo non cambia la situazione: siamo costretti a proseguire sulla M41 del Pamir, senza poter deviare in mezzo alle montagne come avremmo voluto fare.
Ci fermiamo in una locanda a mangiare un piatto che pensavamo fosse carne e scopriamo invece essere fegato con cipolle, poi ci rimettiamo in marcia. Siamo in ritardo, il nostro visto scade tra due giorni e abbiamo ancora oltre 600 chilometri di pista che si inerpica oltre i quattromila metri per un bel pezzo. Usciamo dalla città e arriviamo al solito posto di controllo: i poliziotti guardano i passaporti e sentenziano: non va bene, non potete passare di qui.
A questo punto veniamo presi da istinti omicidi: ma brutta carogna, abbiamo il visto con segnata la città giusta che troveremo tra 350 chilometri, che ti vai a inventare? Allora ci fa notare che la destinazione è giusta ma il tragitto no: sul nostro visto c’è segnata una cittadina intermedia, Ishkashim, che si trova all’estremo sud del Tajikistan. Il che significa allungare l’itinerario di 200 chilometri di pista secondaria: non ce la faremo mai ad uscire allo scadere del visto.
Stiamo ancora parlando tra di noi per capire come risolvere il problema quando arriva un tizio con un vecchio autocarro, parlotta con i due poliziotti, tira fuori alcune banconote e riparte tra sorrisi e strette di mano. Allora è così che funziona? Quanto ci costa passare? Il poliziotto di chiede l’equivalente di una ventina di dollari: li mettiamo sulla scrivania augurandogli di spenderli in medicine e ripartiamo.
La strada continua a salire e fortunatamente l’asfalto è in buone condizioni. Al crepuscolo decidiamo di accamparci e dopo un po’ di girovagare piantiamo le tende in prossimità di una casetta, ad oltre 2000 metri di quota. Verso l’una di notte veniamo svegliati dall’arrivo di un’auto: apro la tenda e vedo alcune luci lampeggianti blu e rosse sul cofano. Che vuole la polizia?
Invece è un giovanotto con la moglie e figli: sono i proprietari della casetta, ci invitano a entrare e dormire da loro. Decliniamo l’invito, grazie ma domani dobbiamo partire prestissimo.

MERCOLEDI’ 26
Sveglia presto, beviamo una tazza di caffè liofilizzato e partiamo. E’ una giornata di sole e procediamo allegramente per un’ora finchè incontriamo un camion che vende benzina.
Bisogna sapere che in Tajikistan, ad eccezione della capitale, i distributori di benzina come li intendiamo noi non esistono. Sono vecchie cisterne militari dove la benzina viene estratta e venduta a secchi, e travasata nei serbatoi utilizzando grossi imbuti. Spesso non c’è neppure una cisterna ma alcuni barili, oppure una sfilza di canistri. L’addetto ci chiede quanta benzina vogliamo fare e riempie il secchio, che ha una tacca a cinque litri. Se ne vogliamo sette prende un pentolino che contiene un litro e fa la quantità richiesta, poi versa tutto nel serbatoio, solitamente buttandone un po’. Ma costa talmente poco che non ci formalizziamo...
Questo è un rivenditore attrezzato: una donna toglie la quantità di carburante che le chiediamo e, per mezzo del solito secchio, la versa nei serbatoi. Finito il rifornimento stiamo per ripartire quando mi chiede: volete una tazza di thè? Perché no, rispondo. Almeno completiamo la colazione.
Ha inizio un cerimoniale: la donna stende una coperta sull’erba e ci fa accomodare. Poi corre in casa, che dista un centinaio di metri, e ritorna portando piatti e alcune pagnotte che posiziona sulla coperta. Ritorna in casa e porta due teiere fumanti con piatti di biscotti e dolcetti vari. Ci sentiamo imbarazzati, non volevamo dare tutto questo disturbo…Invece ci rendiamo conto che la donna è felice di averci come ospiti, e di lì a poco arrivano anche alcuni bambini e anziani. Finita la prima tazza di thè la signora torna in casa e ne porta dell’altro, con altro pane. Noi approfittiamo dell’ospitalità ma dopo mezz’ora salutiamo tutti e ripartiamo: ci aspetta una giornata intensa. La strada, o quello che ne rimane, continua a salire di quota: 3000 metri, 3500, 4000. Qui Massimo fora il pneumatico posteriore per la terza volta, e lo ripariamo con qualche difficoltà a casa del vento molto forte. Incontriamo un gruppo di una decina di ciclisti: sono di varie nazionalità e si sono conosciuti e aggregati strada facendo. Ci fermiamo a scambiare qualche parola poi proseguiamo.
Ora la pista viaggia parallela al confine cinese, come ci avverte la recinzione attraversata da corrente elettrica che ci accompagna per chilometri e chilometri. Fa freddo e lo sforzo di guidare a 4500 metri si fa sentire. Mentre stiamo per giungere al valico posto a 4650 metri, il più alto del viaggio, tocca a me bucare. La causa sono gli innumerevoli tratti con residui di asfalto che provocano buche molto secche, dove ogni tanto piombiamo dentro in velocità. I copertoni posteriori della mia moto e di quella di Massimo hanno le tele ormai danneggiate in due punti, e le camere d’aria vengono lesionate dallo sfregamento.
Siamo in salita sterrata e soffia un vento impetuoso, e riparare il pneumatico è un’operazione abbastanza difficoltosa. Al termine ripartiamo: la pista discende dal passo e si stabilizza su un altipiano ad un’altitudine di 4000 metri. Il sole sta tramontando quando giungiamo in un villaggio, dove per pochi dollari veniamo ospitati in una casa da una famiglia che ha tratti chiaramente cinesi. Per noi è una benedizione, la temperatura sta scendendo sotto lo zero e dormire in tenda significherebbe battere i denti tutta la notte.
Abbiamo a disposizione una stanza con una stufetta, che la padrona di casa accende utilizzando ramaglie e poi un pezzo di sterco essiccato. Purtroppo crea parecchio fumo, e decidiamo di lasciarla spegnere per evitare di soffocare durante il sonno.
In casa non esiste elettricità e acqua corrente, e per lavarci le mani utilizziamo acqua prelevata da un secchio. Ormai è buio pesto quando decidiamo di acquistare pane, acqua e altri pochi generi alimentari. Il marito ci accompagna al bazar del villaggio nel buio più totale, bazar che altrimenti non avremmo mai trovato in quanto è una stanza assolutamente anonima. Entriamo nell’oscurità e quando accendiamo la pila che abbiamo con noi notiamo parecchia gente sedute in una stanza: è la famiglia del proprietario, composta da almeno sei persone. Alla luce della nostra torcia e del loro telefonino acquistiamo una bottiglia di bibita ignota (l’acqua non esiste), biscotti e marmellata. Non c’è altro e torniamo alla nostra dimora.
Prepariamo la nostra solita spaghettata poi andiamo a nanna, anche se la notte è interrotta da problemi intestinali miei e di Massimo. Il bagno naturalmente in casa non esiste: all’esterno c’è una struttura che però ci guardiamo bene dall’utilizzare. Molto meglio approfittare del buio godendo di una serenata eccezionale ma anche di un clima gelido, con il problema dei cani liberi che mi obbligano a un veloce rientro compiuta la missione. Si aggiunga che per uscire ed entrare in casa dobbiamo quasi passare sui piedi della famiglia che dorme su alcune stuoie stese davanti all’ingresso...

GIOVEDI’ 27
La mattina prepariamo le moto e ci avviamo: tutti i corsi d’acqua sono ghiacciati e l’erba è bianca dalla brinata. Costeggiamo per alcuni chilometri un immenso lago, dove incontriamo una cane selvatico che ha in bocca una marmotta, e dopo un centinaio di chilometri arriviamo alla frontiera tajika.
E’ posta a 4200 metri di altitudine ed è composta da alcune baracche fatiscenti. I militari si sono appena alzati e non sono di buon’umore. Probabilmente non lo sarei nemmeno io se fossi costretto a vivere fuori dal mondo, dormendo e mangiando in luride baracche di legno dove non oso pensare come possa essere la convivenza in inverno.
Ci controllano i passaporti poi si passa ai bagagli. Smontiamo le borse e le apriamo, e dopo un controllo abbastanza attento possiamo richiudere il tutto. Adesso manca l’ultimo esame ma il militare incaricato sta lavorando con una ruspa, sbancando terra e riportandola da un’altra parte. Aspettiamo una ventina di minuti fino a quando spegne la macchina operatrice e viene da noi. In pochi minuti concludiamo e possiamo entrare nella terra di nessuno. La pista discende per 20 chilometri poi arriviamo alla frontiera kirghiza. Qui i funzionari sono gentilissimi e rapidi e nel giro di un quarto d’ora possiamo andare, entrando in Kirghizistan. Le strade sono ancora mal messe, e animali di ogni tipo vi vagabondano obbligandoci a una guida molto attenta.
Purtroppo il nostro tempo sta giungendo al limite e dobbiamo attraversare velocemente questo Paese a cui pensavamo di dedicare qualche giorno. Domani dobbiamo essere a Tashkent, Uzbekistan, dove dobbiamo completare le pratiche di spedizione delle moto.
Superiamo Osh poi nel pomeriggio entriamo nuovamente in Uzbekistan, dove troviamo una camera dove dormire e soprattutto lavarci, cosa che non facciamo più da qualche giorno...

VENERDI’ 28
Gli ultimi 300 chilometri sono sofferti: io buco 4 volte la ruota posteriore, ormai le tele del copertone stanno segando la camera d’aria. Alla fine risolviamo il problema inserendo tra copertone e camera un ritaglio di una vecchia camera che va a proteggere quella buona.
Durante una sosta conosciamo una coppia di ragazzi polacchi: lui si è appena laureato in giurisprudenza e lei è hostess. Sono partiti da casa poi, appena entrati in Russia, hanno acquistato un vecchio sidecar Dnepr con il quale hanno viaggiato attraverso la Russia sino al confine Kazako. Qui non è stato loro permesso di importare il sidecar, allora in kazakistan hanno comprato una vecchia auto alla quale hanno tagliato la capote rendendola cabriolet. Contano di rientrare in Russia per recuperare il sidecar, che vogliono portare in Polonia.
Man mano ci avviciniamo alla capitale i controlli della polizia sono sempre più numerosi ed estenuanti, oltre che totalmente inutili. Finalmente verso metà pomeriggio entriamo a Tashkent, dove abbiamo appuntamento con lo spedizioniere. Questi ci accompagna all’aeroporto dove consegniamo le moto.

SABATO 29
La mattina torniamo in aeroporto e assistiamo all’impacchettamento delle nostre cavalcature, poi completiamo le pratiche doganali di esportazione. Il resto della giornata lo dedichiamo alla visita a questa città centro asiatica, dove acquistiamo parecchi scialli e foulard in seta.
Infine all’una di notte un aereo decolla e ci lascia a Istanbul, da dove sei ore più tardi un altro volo ci riporta a casa. Le moto arriveranno tre giorni dopo e quando andiamo a riprenderle le guardiamo con ammirazione: sono luride, infangate e acciaccate. Si sono sciroppate dieci mila chilometri in tre settimane, e a parte la riparazione fatta su quella di Serjei non hanno battuto ciglio, passando dai quarantacinque gradi in Iran e nel Karakum alle temperature sotto zero del Pamir, a 4700 metri di altitudine.
Sembra che ci guardino e dicano: che si fa l’anno prossimo?

ADRIANO
Le foto del viaggio